XV CONVEGNO MSC: II Sessione.

ore 8.45

Mons. Bruno Stenco legge e commenta il brano del Vangelo, tratto dagli Atti degli Apostoli, 17,22-34:

22Allora Paolo, alzatosi in mezzo all’Areòpago, disse:

“Cittadini ateniesi, vedo che in tutto siete molto timorati degli dei. 23Passando infatti e osservando i monumenti del vostro culto, ho trovato anche un’ara con l’iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate senza conoscere, io ve lo annunzio. 24Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è signore del cielo e della terra, non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo 25né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa, essendo lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. 26Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio, 27perché cercassero Dio, se mai arrivino a trovarlo andando come a tentoni, benché non sia lontano da ciascuno di noi. 28In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come anche alcuni dei vostri poeti hanno detto:

Poiché di lui stirpe noi siamo.

29Essendo noi dunque stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’immaginazione umana. 30Dopo esser passato sopra ai tempi dell’ignoranza, ora Dio ordina a tutti gli uomini di tutti i luoghi di ravvedersi, 31poiché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare la terra con giustizia per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti”.

32Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: “Ti sentiremo su questo un’altra volta”. 33Così Paolo uscì da quella riunione. 34Ma alcuni aderirono a lui e divennero credenti, fra questi anche Dionigi membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro.

Ore 9.00

Federica Sera, Segretario Nazionale, in concerto con Eleonora Roncari, Coordinatore Regione Veneto, hanno introdotto il tema della giornata della parità scolastica. Di seguito riportiamo qui i discorsi di entrambe:

 

Eleonora Roncari:

“Questa mattina Federica ed io vi diamo qualche accenno sulla questione cruciale della parità scolastica che verrà poi ampiamente trattata da mons. Bruno Stenco. Penso che tutti noi cittadini vogliamo che la famiglia possa liberamente scegliere la scuola per i propri figli e che la scuola cattolica abbia la possibilità di essere un servizio per tutti.

Se osserviamo il ruolo e la funzione della scuole statali e delle scuole cattoliche possiamo precisare che ambedue a livello didattico fanno parte dello stesso sistema. La differenza tra scuola cattolica e scuola statale è che ogni scuola cattolica ha un progetto educativo che deriva dal carisma del proprio fondatore. Elemento importante è che nelle scuole cattoliche la cultura e la formazione scolastica vengono offerte come illuminate dalla luce del Vangelo e poi si è adeguata a tutte le normative e scelte di qualità delle migliori scuole culturalmente significative.”

Federica Sera:

“un panorama legislativo utile per individuare i tre diritti che riguardano la persona e lo studente nell’ambito dell’istruzione. Innanzitutto il diritto all’istruzione, poi la libertà di scelta educativa per le famiglie, infine la libertà di iniziativa scolastica.

 

Partendo dalla costituzione che non è so il fondamento del nostro sistema di diritto ma ance enunciatore dei principi fondamentali della nostra società, andiamo all’art 33, che dice di “assicurare alle scuole non statali che chiedono parità e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali.”. è veramente così? In reltà politici, legislatori si appellano al comma precedente dello stesso articolo, che, recitando “senza oneri per lo stato”, potrebbe e può attualmente permettere di finanziare  scuole ed istituti di educazione fondati da enti e privati,

 

la costituzione non è la sola: nel 1984 il parlamento europeo sancisce “l’obbligo per gli stati membri di rendere possibile l’esercizio del diritto alla libertà di insegnamento anche sotto il profilo  finanziario  “ accorda alle scuole “sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti [….] senza discriminazione nei confronti dei gestori, dei genitori, degli alunni e del personale”.

 

Ma in Italia, il sistema scolastico prevede un equo trattamento tutela la scelta educativa?

Dopo il riconoscimento legale dei titoli di studio conseguiti nelle scuole non statali, nel 1942, nel 2000 viene introdotto il principio della parità scolastica, senza renderla però, come vedremo nel discorso di Don Bruno, effettiva dal punto di vista economico.”

 

Eleonora Roncari: “Le direttive possibili di soluzione del problema potrebbero essere:

         o che lo stato finanzi direttamente la scuola

         o che si abbia la possibilità della detrazione fiscale

         o che venga offerto il buono scuola per poter scegliere più liberamente la scuola che si desidera”

 

Ore 10.00

Riportiamo qui di seguito l’intervento integrale di Mons. Bruno Stenco per la sua profondità e quantità e qualità di spunti di riflessione:

 

LA PARITA’ SCOLASTICA

OGGI IN ITALIA.

Elementi per la riflessione

 

1.  La libertà di educazione e libertà di scelta della scuola: un diritto umano fondamentale

 

 

La libertà di educazione è un diritto umano fondamentale come esplicitamente riconosciuto dai documenti internazionali a cominciare dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 che all’art. 26 afferma: 1) Ogni individuo ha diritto all’istruzione. L’istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L’istruzione elementare deve essere obbligatoria. L’istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l’istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.

2) L’istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l’amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l’opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

3) I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.»

La Risoluzione del Parlamento Europeo del 14.3.1984, nn. 7-9 ribadisce questo diritto: «In virtù del diritto che è stato loro riconosciuto, spetta ai genitori decidere in merito alla scelta della scuola per i loro figli fino a quando questi ultimi non abbiano la capacità di fare autonomamente tale scelta. Compito dello Stato è di consentire la presenza degli istituti di insegnamento pubblico e privato all’uopo necessari…  –  Il diritto alla libertà d’insegnamento implica per sua natura l’obbligo per gli Stati membri di rendere possibile l’esercizio di tale diritto anche sotto il profilo finanziario e di accordare alle scuole le sovvenzioni pubbliche necessarie allo svolgimento dei loro compiti e all’adempimento dei loro obblighi in condizioni uguali a quelle di cui beneficiano gli istituti pubblici corrispondenti, senza discriminazioni nei confronti degli organizzatori, dei genitori, degli alunni e del personale».

 

2. La scuola non statale in Italia

 

 

a)    La Costituzione italiana e la scuola non statale

 

La Costituzione italiana  afferma che l’ordinamento scolastico è finalizzato al pieno sviluppo della persona umana all’interno di una concezione pluralista della società e svolge la sua funzione in connessione inscindibile con l’attività delle comunità naturali e delle formazioni sociali in cui avviene la maturazione dell’individuo, soprattutto con la famiglia. Esso va organizzato secondo i principi di libertà e di democrazia, particolarmente in vista della realizzazione di tre diritti: all’educazione, alla libertà di insegnamento, alla libertà di iniziativa scolastica. È prevista inoltre l’integrazione vicendevole tra azione dello Stato e iniziativa privata.

Il punto problematico è rappresentato dalla famosa clausola costituzionale, contenuta nell’art. 33, comma terzo, secondo la quale il diritto di istituire scuole è riconosciuto ad enti e privati “senza oneri per lo Stato“. Grosso modo le interpretazioni possono essere raccolte intorno a tre nuclei fondamentali. Per alcuni il significato della clausola è evidente e, pur riconoscendo che ormai è sancito chiaramente il diritto di istituire le scuole non statali, tuttavia si sostiene che lo Stato non è tenuto a erogare loro finanziamenti; al massimo si potrebbe pensare a contratti o ad aiuti in casi di reale supplenza. Altri sono dell’opinione che la normativa in questione intende semplicemente escludere un diritto costituzionale dei privati ai contributi dello Stato; essa però non vieta qualsiasi sovvenzione dello Stato alle strutture non statali. Altri infine ritengono che la tesi del divieto è in contraddizione con il resto della nostra costituzione scolastica; tutt’al più la proibizione riguarderebbe le istituzioni meramente private, vere imprese commerciali finalizzate a scopo di lucro, ma non le paritarie – contemplate, tra l’altro, in un comma diverso dell’art. 33 – che svolgerebbero un servizio pubblico.[1]

Dal dopoguerra in poi sono stati elaborati numerosi testi tra schemi di disegni di legge, disegni e proposte, ma nessuno è stato mai discusso seriamente in Parlamento, se non il disegno di legge presentato dal governo Prodi nel luglio 1997. In sostanza fino al 10 marzo 2000 il dettato della nostra carta fondamentale è rimasto inattuato, nonostante l’invito della Corte Costituzionale nel 1958 a provvedere con sollecitudine. Probabilmente la ragione più profonda della lacuna va ricercata non tanto nelle differenti interpretazioni del “senza oneri per lo Stato”, quanto nelle diverse e opposte concezioni politico-culturali.

Tenuto conto del quadro istituzionale in cui si colloca la scuola non statale in Italia, non c’è da meravigliarsi che la sua consistenza quantitativa sia abbastanza limitata (13,8% alla fine degli anni ‘90).

 

b)  La legge 10 marzo 2000, n. 62 sulla parità

 

Essendo un testo ben noto, ci si può limitare a una valutazione di merito[2]. Risultano certamente positivi alcuni principi giuridici recepiti dal provvedimento in esame:

1)      la scelta di legittimare la parità sulla base della domanda formativa delle famiglie e degli studenti. Giustamente, sono i destinatari dell’attività formativa ad assumere un ruolo prioritario rispetto alle strutture e al sistema ed è per tutti loro che l’offerta educativa va generalizzata, come dice la normativa, dall’infanzia lungo tutto l’arco della vita;

2)      l’accettazione e la consacrazione in legge del principio di un sistema nazionale di istruzione che non si identifica con la scuola dello Stato e degli Enti locali, ma del quale sono parte integrante scuola statale e non statale;

3)      l’espresso riconoscimento del valore e del carattere di servizio pubblico a quelle iniziative di istruzione e formazione che, promosse da enti e privati, corrispondono alle norme generali sull’istruzione, sono coerenti con la domanda formativa delle famiglie e si caratterizzano per qualità ed efficacia;

4)      l’attribuzione alle scuole paritarie della piena libertà culturale e pedagogica con il diritto di dichiarare nel progetto educativo la propria ispirazione ideologica o religiosa;

5)      il conferimento al gestore della libertà di scegliere il personale dirigente e docente, senza interferenza di graduatorie;

Gli aspetti problematici della legge riguardano soprattutto il concreto della vita scolastica e in questo senso presentano un’incidenza particolarmente negativa. Se ne ricordano i principali:

1)      la realizzazione del tutto inadeguata della libertà di educazione della famiglia. Sono infatti stabiliti interventi a favore dei genitori, degli studenti e delle scuole, ma non una parità piena, quale delineata dal comma 4 dell’art. 33 della Costituzione; in particolare, non è garantita l’attuazione del diritto costituzionale di eguale trattamento degli studenti delle scuole paritarie. Eppure va sottolineato che si tratta di vera e propria libertà civile e non di benevoli concessioni dall’alto;

2)      l‘ambiguità presente già nel titolo che mescola parità e diritto allo studio e all’istruzione per cui si inseriscono in modo equivoco disposizioni finanziarie che riguardano il diritto allo studio con l’assegnazione di borse di studio del tutto inadeguate a coprire le spese di istruzione connesse con la scelta di una scuola paritaria.

 

3.  La scuola cattolica paritaria : dati statistici

 

 

Tav. 1 – Alunni per livello di istruzione secondo la posizione giuridica delle scuole (2002-03)

LIVELLO DI ISTRUZIONE

Scuole statali

Scuole paritarie

Scuole non paritarie

Totale scuole

VA

%

VA

%

VA

%

VA

%

Scuole dell’infanzia

 

983.607

 

60.3

 

576.783

(a)

35.4

(b)

44.0

 

70.420

 

4.3

 

1.630.810

 

100.0

Elementari

2.570.272

92.6

160.902

5.8

80.6

43.173

1.6

2.774.347

100.0

Medie

1.733.977

96.5

61.103

3.4

84.2

1.873

0.1

1.796.953

100.0

Superiori

2.477.333

94.3

135.280

5.2

44.8

13.510

0.5

2.626.123

100.0

Totale

7.765.189

88.0

934.068

10.6

53.1

128.967

1.4

8.828.233

100.0

Legenda: VA= Valori assoluti; %.= Percentuali

(a)     Percentuale degli alunni di tutte le scuole paritarie sul totale degli alunni del sistema nazionale

(b)     Percentuale degli alunni delle scuole paritarie con gestore privato religioso sul totale degli alunni delle scuole paritarie

Fonte: Ministero Istruzione, Università e Ricerca 2004

 

 

4.  Perché la scuola paritaria? Ragioni

 

Si possono raccogliere intorno a 5 motivi di fondo: antropologico, pedagogico, politico, organizzativo e giuridico.

 

4.1.  Antropologico: è una questione che riguarda una libertà fondamentale della persona

 

Non è una benevola concessione dello Stato alla Chiesa come se la questione riguardasse le sole scuole cattoliche. Al contrario, la libertà di educazione non è una prerogativa né di una minoranza, né di una maggioranza – e già in questo senso sarebbe un diritto rispettabile perché le minoranze vanno tutelate e la democrazia si fonda sul principio maggioritario – ma è una libertà fondamentale della persona.

La libertà di educazione, come libertà di scelta della scuola da frequentare, si fonda sul diritto di ogni persona ad educarsi e ad essere educata secondo le proprie convinzioni e sul correlativo diritto dei genitori di decidere dell’educazione e del genere d’istruzione da dare ai loro figli minori. A sua volta tale libertà implica il diritto dei privati di istituire e di gestire una scuola e comporta una serie di obblighi per lo Stato: consentire la compresenza di scuole statali e non statali; conferire il riconoscimento legale alle scuole non statali se garantiscono il conseguimento di obiettivi didattici equivalenti; assicurare loro una reale parità finanziaria alle stesse condizioni delle scuole statali.

 

4.2. Pedagogico: centralità dello studente

 

La libertà di educazione è connessa strettamente con due principi pedagogici oggi particolarmente sottolineati e cioè che l’educando occupa il centro del sistema formativo e che l’autoformazione è la strategia principe del suo apprendimento.

Dai due principi discende logicamente che a ogni persona va assicurato il diritto ad educarsi scegliendo liberamente il proprio percorso tra una molteplicità di vie, strutture, contenuti, metodi e tempi, cioè che a ogni persona deve essere assicurata la libertà effettiva di educazione. Più in particolare, sul piano dei contenuti bisognerà formare ad un atteggiamento di continua ricerca, stimolare la creatività, educare alla democrazia e alla partecipazione, offrire una formazione personalizzata. Passando poi alla traduzione organizzativa o metodologica, va sottolineato che l’educando, particolarmente quando è adulto, deve essere libero di scegliere l’istituto che desidera frequentare e il tipo di istruzione che vuole acquisire.

L’educazione di ogni persona, di tutta la persona, per tutta la vita – la finalità ultima dell’educazione permanente – è un compito talmente ampio e complesso che la società non lo può affidare ad una sola agenzia educativa – la scuola – o ad una solo istituzione – lo Stato. Accanto allo Stato, tutti i gruppi, le associazioni, i sindacati, le comunità locali e i corpi intermedi devono assumere e realizzare la responsabilità educativa che compete a ciascuno di loro. Attuare la società educante significa che il diritto all’educazione permanente viene assicurato non solo dalle istituzioni formative statali, ma anche da una pluralità di strutture pubbliche e private. Queste ultime, in quanto operano senza scopo di lucro, hanno diritto di ricevere adeguate sovvenzioni statali.

 

4.3. Politico: l’emergere della scuola della società civile

 

Nell’ultimo scorcio del XX secolo si è realizzato, particolarmente nel nostro continente, il passaggio dallo Stato-gestore allo Stato-garante promotore[3]. Si abbandona la dicotomia Stato/mercato, pubblico/privato e si riconosce il contributo del terzo settore o privato sociale. Cos’è il terzo settore? E’ il com­plesso delle attività di produzione di beni e servizi, create dall’iniziativa dei privati e condotte senza scopo di lucro, ma con finalità di servizio sociale. Nei suoi confronti il potere statale non può limitarsi solo ad ammetterne il contributo nell’ambito dei servizi sociali, ma dovrà perseguire una politica di promozione effettiva.

In questo ambito assume una particolare rilevanza il principio di sussidiarietà. Ricordo che esso ha una duplice valenza: in senso verticale, nei rapporti fra enti territoriali di governo; in senso orizzontale, nei rapporti fra gruppi sociali e in quelli fra pubblico e privato. Il tema verrà ripreso e approfondito parlando della dimensione giuridica.

A livello di sistema di istruzione, tale impostazione significa, secondo le parole del cardinale Ruini all’Assemblea Nazionale della scuola cattolica del 1999, «il passaggio da una scuola sostanzialmente dello Stato ad una scuola della società civile, certo con un perdurante ed irrinunciabile ruolo dello Stato, ma nella linea della sussidiarietà»[4]. La scuola cattolica è sicuramente scuola della società civile e del privato sociale. Infatti, essa offre senza scopo di lucro a tutti i cittadini la possibilità di essere educati nell’istituzione di propria scelta fino ai più alti livelli del sistema di istruzione e di formazione. Inoltre, è scuola delle famiglie e della comunità, unita con legami vitali, in un rapporto fecondo di scambio, al tessuto locale.

 

4.4. Organizzativo: autonomia e parità

 

Il nuovo ruolo dello Stato offre un fondamento solido sul piano del governo della cosa pubblica all’estensione dell’autonomia anche ai sistemi formativi. Tale introduzione possiede una sua intrinseca legittimità anche a livello pedagogico[5]. Infatti, l’autonomia consente alla singola scuola di gestire la sua vita sulla base della libertà dei soggetti educa­tivi (docenti, genitori e studenti) e in particolare di venire incontro efficacemente alle esigenze dei giovani. In aggiunta, è in grado di aprire le strutture formative alle esigenze locali, rendendole più sensibili e attente ai bisogni del territorio e al tempo stesso più capaci di fornire risposte adeguate in tempi reali. Il potenziamento della qualità dell’istruzione, che at­tualmente rappresenta un nodo fondamentale in tutti i sistemi formativi, può ricevere un impulso importante da un’autonomia che stimoli la creatività dal basso.

La scelta dell’autonomia corrisponde anche a un orientamento comune ai paesi dell’Unione Europea. Il nuovo Titolo V della Costituzione, disponendo in materia di legislazione concorrente tra Stato e Regione (articolo 117, comma 3), vi include l’istruzione e riconosce formalmente l’autonomia delle istituzioni scolastiche: «Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: […] istruzione, salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con l’esclusione della istruzione e della formazione professionale». Per la prima volta, e in maniera formale, le istituzioni scolastiche sono riconosciute autonome dalla nostra Costituzione, non solamente da una legge ordinaria, come la legge n. 57/97[6].

Il cuore dell’autonomia è costituito dal riconoscimento della competenza progettuale: ogni scuola dovrà essere messa in grado di elaborare un proprio progetto educativo in cui si ri­specchi la sua identità e la sua fisionomia. A questo proposito vanno attribuiti ad ogni unità scolastica poteri adeguati di autonomia didattica, formativa, organizzativa e finanziaria. L’autonomia consente di procedere a una radicale trasformazione delle logiche che presiedono all’organizzazione della scuola. Infatti, essa valorizza la specificità dei diversi disegni educativi e al tempo stesso persegue le finalità generali e gli obiettivi comuni che la società attribuisce al sistema formativo nazionale.

In questa linea va messa in risalto la consonanza profonda tra autonomia e parità: infatti, le ragioni dell’autonomia sono le stesse che fondano la parità. Alla base di ambedue le strategie si riscontra la medesima idea del primato della società sullo Stato. Inoltre, autonomia e parità si costruiscono sulla libertà dei soggetti educativi (docenti, studenti e genitori). In terzo luogo le scuole paritarie si presentano come istituti capaci di dare un contributo valido per affrontare in modo vin­cente la questione centrale nell’attuale dibattito sull’istruzio­ne in Italia che è quella della qualità.

 

4.5.  Giuridico: un diritto umano

 

Abbiamo già richiamato a livello internazionale la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e la risoluzione del Parlamento Europeo del 14-3-1984.

Per quanto riguarda la situazione italiana, si possono riportare le conclusioni della relazione che M. Vari ha tenuto all’incontro nazionale organizzato nel 2005 dal Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, su “Diritto all’istruzione e parità scolastica. Principi costituzionali, interventi normativi ed economici”: «[…] tutti e tre i sistemi ipotizzati (finanziamento alla scuola, buono scuola, detrazioni fiscali) rappresentano vie ugualmente percorribili da parte della legislazione statale, per fornire i mezzi occorrenti alla scuola paritaria, attraverso un’adeguata modulazione fra gli stessi, che preveda anche l’indicazione di parametri di riferimento, utili ad orientare i sistemi stessi verso i vari principi ed interessi costituzionali che vengono in rilievo in questo campo (diritto all’istruzione, pluralismo, parità in senso sostanziale) e che devono necessariamente coniugarsi fra di loro»[7].

Pertanto, nel prossimo futuro si dispone di tre strategie per dare finalmente attuazione al diritto alla libertà di scelta educativa. Ciò dovrà essere realizzato senza indugi: infatti, «tutte le scuole del servizio educativo pubblico, indipendentemente dalla natura giuridica della gestione, devono poter essere rese accessibili considerando che sono gli stessi alunni titolari, con i genitori, del diritto all’istruzione. L’esercizio di tale diritto costituzionale richiede, in specie, che sia superata ogni discriminazione economica tra gli alunni di scuole statali e paritarie allo scopo di renderne possibile l’esercizio senza condizionamenti di sorta»[8].

 

5.  Cosa fare per una cultura della parità?

 

Occorre impegnarsi su più fronti:

1)      all’interno del mondo ecclesiale va continuato il confronto con tutte le altre associazioni, in particolare con l’Azione Cattolica e il Terzo Settore, in modo da costituire un forum dei diritti all’educazione e all’istruzione;

2)      tale confronto va anche esteso a tutte le associazioni laiche di scuola non statale, cercando di creare un forum della scuola della società civile;

3)      andrebbe aperto un tavolo con la Cisl per studiare la proposta di finanziare con denaro pubblico almeno gli insegnanti delle scuole paritarie;

4)      in Parlamento dovrebbe essere costituito un gruppo trasversale sul diritto alla libertà di scelta educativa a cui affidare la stesura di un disegno di legge migliorativo della 62/00;

5)      vanno riprese trattative ad alto livello per la soluzione del problema di una parità effettiva.

 

6. In particolare occorre saper rispondere a queste obiezioni e critiche che si rivolgono alla scuola cattolica

 

–         La scuola cattolica è confessionale e clericale e dunque è totalitaria, nemica dello Stato e contraria alla Costituzione

–         La scuola cattolica opprime le coscienze

–         Non è lecito anteporre allo Stato, la famiglia, né tanto meno un suo diritto prioritario di fronte allo Stato

–         La scuola come la legge dev’essere uguale per tutti; per salvaguardare l’unità nazionale

–         La scuola e l’istruzione è funzione precipua dello Stato e prioritaria rispetto agli altri soggetti; si tratta di una primazia intangibile che spetta solo allo Stato

–         La sola scuola valida è la scuola critica: aperta a tutte le ideologie sena alcuna preclusione

–         Non si può ammettere una scuola non statale alla pari con la scuola statale: non si può ammettere una gestione di privati alla pari con una organizzazione dello Stato

–         La scuola non statale pretende di sottrarre fondi alla scuola statale

–         Mancano i fondi

–         La Costituzione vieta allo Stato qualsiasi contributo alla scuola non statale

–         La scuola non statale sottrae posti al personale della scuola statale

–         La scuola cattolica paga scarsamente il personale

–         La scuola non statale non garantisce la stabilità dei posti di ruolo, come fa lo Stato

–         Lo Stato ha diritto di istituire sue scuole ovunque voglia, senza badare per nulla alla scuola non statale

–         Se si “concedono” le stesse condizioni, si rischia che la scuola non statale prevalga su quella statale

–         La scuola cattolica è scuola “di parte”

–         La scuola cattolica è “classista”

–         La scuola cattolica è la scuola dei promossi

–         Non si può andare contro la storia e inoltre l’opinione pubblica non è preparata

–         La scuola statale garantisce già i cattolici con l’IRC e non si vede la ragione per cui i cattolici ne vogliono un’altra.

 


[1] Un’altra interpretazione è espressa da P. Antonio Perrone in questi termini:Le molte affermazioni sui “diritti personali e comunitari”, contenute a questo riguardo nei documenti internazionali più autorevoli, sono sconosciute o trascurate sulla base di una lettura “incompleta” e “impropria” della nostra Costituzione per il “senza oneri dello Stato” dell’art. 33, che si riferisce al “diritto di istituire scuole ed istituti di educazione e non al funzionamento “delle scuole non statali che chiedono la parità”, agli alunni delle quali la legge deve “assicurare un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali”. Non dovrebbe essere difficile interpretare correttamente il senso delle parole “diritti, obblighi, parità, piena libertà, trattamento scolastico equipollente”. Se non si hanno pregiudizi, non si dovrebbe ricorrere al “senza oneri per lo Stato”, che si riferisce alla istituzione di scuole non statali, prima che queste decidano di chiedere la parità. È proprio questa richiesta di parità che dà alle scuole non statali una nuova condizione giuridica, che le integra nel sistema pubblico dell’istruzione all’insegna dell’uguaglianza, ma sempre in regime di piena libertà, che ne salvaguardi l’identità culturale, lo specifico progetto educativo e ne garantisca la libera scelta da parte delle famiglie in parità di condizioni con quelle che scelgono per i propri figli la scuola statale o qualunque altra scuola del “sistema pubblico dell’istruzione e della formazione

[2] Cssc-Centro Studi Per La Scuola Cattolica, A confronto con le riforme. Problemi e prospettive. Scuola cattolica in Italia. Quarto rapporto, La Scuola, Brescia 2002.

[3] G. MaliziaS. Cicatelli, Scuola libera, in J. M. Prellezo – G. MaliziaC. Nanni (a cura di), Dizionario di Scienze dell’Educazione, LAS, Roma 2008, 2 ed, pp. 1060-1062; G. Malizia, Scuola cattolica e modelli di sviluppo, Fidae, Roma 1988.

 

[4] C. Ruini, Prolusione, in CSSC-Centro Studi per la Scuola Cattolica, Per un progetto di scuola alle soglie del XXI secolo. Scuola Cattolica in Italia. Secondo rapporto, La Scuola, Brescia 2000, p. 61.

[5] G. MaliziaS. Cicatelli, o.c.; A. Pajno G. Chiosso G. Bertagna, L’autonomia delle scuole, La Scuola, Brescia 1997; L. Ribolzi , o.c.

[6] S. Versari (a cura di), La scuola della società civile tra Stato e mercato, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002.

[7] M. Vari, Gli articoli 33 e 34 della Costituzione alla luce del principio di sussidiarietà e del nuovo titolo V, Paper, in Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, Incontro Nazionale “Diritto all’istruzione e parità scolastica”. Principi costituzionali, interventi normativi ed economici, Roma, Bonus Pastor, 28 febbraio 2005, p. 13.

[8] Consiglio Nazionale della Scuola Cattolica, Per una piena parità, Roma 12-11-2003, p. 3.

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