XV CONVEGNO. IV Sessione.

Ore 9.00

 

Santa Messa celebrata da Mons. Michele Pennisi.

 

Ore 9.30

Intervento di Mons. Michele Pennisi.

 

IL CORAGGIO DI SCEGLIERE: 

 

Don Luigi Sturzo testimone della libertà

 

0. Il tema che avete  indicato per il vostro convegno “Il coraggio di scegliere” è impegnativo e polivalente.

Per introdurvi al tema vorrei proporvi  ciò che Giovanni Paolo II disse  agli studenti delle Scuole Cattoliche di Roma e del Lazio l’ 8 marzo 1986:”Non dovete mai mostrarvi pavidi delle vostre convinzioni e impacciati davanti a quelle degli altri; né vi deve mancare il coraggio di tenere fede ai principi che vi sono inculcati nelle vostre scuole, cedendo a ingenerosi e vili compromessi. Questi anni di formazione integrale della vostra personalità vi servono per fortificare sempre di più le vostre convinzioni, i vostri ideali e i vostri propositi e per maturare una condotta di vita coerente, logica ed esemplare” .

 Nella Messa di apertura della Gmg 2008 l’Arcivescovo di Sydney, Cardinale George Pell  disse rivolto ai giovani:  “Abbiate il coraggio di scegliere…Non passate la vita senza prendere posizione, pensando che sia meglio non scegliere”, soprattutto perché «nella lotta tra il bene e il male… non si può restare sul confine e rimanere in campo neutrale».

La cultura di oggi  «spinge a scegliere tutto e il contrario di tutto», e così si finisce per non scegliere niente, «perché non c’è nulla che soddisfa». Ma se non si sceglie, si rinuncia a ciò che di più prezioso possediamo: «la libertà».

San Tommaso d’Aquino affermava: «L’uomo libero è quello che tiene in mano se stesso».

Se vogliamo essere davvero liberi e responsabili dobbiamo avere il coraggio di scegliere.

La  virtù della fortezza ci da  il coraggio necessario per vivere e crescere, il coraggio di essere sé stessi, il coraggio di scegliere , necessario non soltanto in qualche occasionale decisione importante, ma nelle piccole scelte di ogni ora, che sono come tanti mattoni nella costruzione di sé come persona libera e responsabile.

Nella nostra epoca caratterizzata da un conformismo di massa, il segno del coraggio è la capacità di difendere le proprie idee, non con ostinazione e aria provocatoria ma semplicemente perché sono ciò in cui si crede.

La fortezza implica il coraggio di assumersi responsabilità, il coraggio della fedeltà che significa rimanere fermi in una responsabilità a dispetto delle contrarietà e delle difficoltà.

            Per quanto riguarda la libertà, mai come ai nostri giorni la libertà viene enfatizzata ma  assistiamo ad un rifiuto radicale del rischio:  la persona non mette in gioco la propria libertà. Ne è prova è la difficoltà a stabilire, e soprattutto a mantenere, rapporti stabili.

Essere veramente liberi significa  avere il coraggio di essere se stessi, ricordando che la  libertà  dei figli di Dio  non è una libertà  negativa come assenza di legami  ma positiva come scelta di amare .

Scegliere può essere facile, come scegliere il colore di una maglia da indossare al mattino o un prodotto sul banco di un supermercato, oppure può essere estremamente difficile, come scegliere quale corso di studi seguire per svolgere un’attività professionale o scegliere  la persona con cui si vuole condividere  la vita .

Scegliere è spesso un atto di coraggio, il coraggio di esercitare  la nostra umanissima libertà la cui perdita è un rischio sempre in agguato.

Scegliere di scegliere diventa in quest’ottica una scelta di libertà.

Paul Valéry ha scritto : “Libertà…una di quelle detestabili parole che hanno più valore che senso. Che cantano piuttosto che parlare; che chiedono piuttosto che rispondere”.

 

1.      Don Luigi Sturzo testimone della libertà e della carità

 

Per affrontare il tema del vostro convegno non basta trattare in astratto dei valori che racchiude come la fortezza  del coraggio e la libertà  di scelta , ma  è importante proporre dei modelli positivi  di persone  “libere e forti” che sono state capaci di compiere scelte significative animate dall’amore verso il prossimo e orientate al servizio del bene comune, che vi preparino alle future responsabilità come cristiani e come cittadini.

Per questo ho scelto di presentavi come modello di testimone della libertà come don Luigi Sturzo, su cui ho  fatto la tesi di dottorato e del quale sono presidente della commissione storica per la causa di beatificazione.

               Qualcuno forse si chiederà a che cosa possa servire oggi rievocare il pensiero e l’azione di don Luigi Sturzo , conosciuto dai libri di storia come fondatore del Partito Popolare Italiano  con il famoso appello “ai liberi e forti” e che ha rappresentato un punto di riferimento per tutti i cristiani impegnati in politica e il cui nome, a ragione o a torto, ogni tanto è citato dai politici di vari schieramenti che se ne contendono l’eredità.[1]

In occasione dell’inizio del processo di beatificazione qualcuno si è chiesto come si poteva ardire di proporre per gli onori degli altari un prete che si è occupato di politica, ritenuta se non proprio una cosa sporca certamente ambigua ed ingombrante.

        Il paradosso di don Luigi Sturzo è proprio quello di essere un sacerdote testimone  della libertà cristiana e della carità pastorale nella politica.

 Purtroppo anche in vasti settori del mondo cattolico c’è stato quasi un’ostracismo nei confronti di Sturzo verso il quale  è perdurato quello che è stato definito un <<esilio culturale>>. Molti cattolici degli anni cinquanta e sessanta hanno preferito studiare il pensiero di filosofi d’oltralpe piuttosto che quello sturziano, che invece riscuoteva interesse all’estero spesso da parte di quegli stessi autori che si prendevano a modello.

               E’ il caso di Jacques Maritain che da sul sacerdote siciliano il seguente giudizio lusinghiero: <<Don Sturzo  ha reso testimonianza alla Democrazia Cristiana con l’azione e la sofferenza. Se egli ha superato tanti pericoli, è perché nella sua totale fedeltà alla Chiesa, non è mai caduto in alcun errore teologico; ed anche perché ha saputo esercitare ad un livello non comune la forza di soffrire e di sopportare (…) Ciò che è al di sopra di tutto colpiva in lui era la pace dell’anima, la fiducia soprannaturale e una straordinaria serenità la cui sorgente era nascosta in Dio.  Si percepiva che egli riceveva la forza della sua missione sacerdotale e dall’offerta nella quale donava se stesso offrendo Gesù Cristo. Sacerdote innanzi tutto, egli non aveva difficoltà a mantenere intatti, in mezzo alle agitazioni politiche il suo mi­nistero sacerdotale e la sua vita interiore. In lui l’attività temporale e la vita spirituale erano tanto più perfettamente di­stinte perché intimamente unite, nell’amore e nel servizio di Cristo>>[2].

Don Luigi Sturzo, che ha  che ha avuto una concezione profondamente morale della vita politica , ha vissuto una spiritualità incarnata nel contesto sociale del suo tempo ed ha esercitato la sua appassionata difesa della libertà e la sua  carità pastorale attraverso un impegno culturale, sociale e politico d’ampio respiro.

                La  “conversione” di Sturzo all’azione sociale fu provocata dalla constatazione della miseria sia nei quartieri popolari romani dove fu mandato a benedire le case sia nella sua Caltagirone dove un gruppo di operai si rivolse a lui per avere consiglio ed aiuto.

Ecco  come nell’opera Politica e Morale egli descrive la  storia  della  sua vocazione politica:” Quando ero professore di filosofia  e di sociologia  nel seminario maggiore di  Caltagirone un gruppo di operai si rivolse a me. Giacchè combattevo l’usura con le cooperative, giacchè mi occupavo della formazione dei fanciulli e dei giovani, perché non mi sarei occupato anche dell’educazione civica dei lavoratori?”

Egli pose come condizioni  quelle di liberarsi dal “commercio dei voti elettorali e dagli odi di partito” e quella di  acquistare  “tutti una personalità civile e morale”.

“I risultati furono tali che mi convinsero- commenta Sturzo- che le masse sono educabili e che il popolo può esercitare il potere[…] e che ogni educazione morale della vita pubblica deve appoggiarsi su una solida concezione della politica; agire diversamente è costruire sulla sabbia.” [3]

                        Nel pensiero politico e  nell’impegno sociale di  don Luigi Sturzo il problema dell’educazione e dell’istruzione del popolo hanno un ruolo importante per promuovere  l’uguaglianza, la libertà e la giustizia.

Il pensiero educativo sturziano aveva un sicuro ancoraggio nell’idea di democrazia partecipativa, secondo cui l’educazione doveva essere estesa ai  tutti i ceti sociali.

               Sturzo  si impegnò con forza per la rivendicazione e la promozione dei diritti dei contadini e degli operai attraverso strutture associative adeguate, per la difesa della libertà  della scuola e dell’autonomia degli enti intermedi, contro il centralismo burocratico, contro l’incarnazione dello stato totalitario nella dittatura fascista, contro lo statalismo del secondo dopoguerra, espressioni tutte, anche se con diverse gradazioni, di quello che egli definì il <<panteismo di stato>>.

            L’impegno cristiano di lotta per la difesa dei giusti diritti degli <<umiliati e offesi>> dal modo di produzione capitali­stico si differenzia, nella concezione sturziana, dal classismo, di stampo marxista, la cui lotta di classe nella misura in cui dovesse prevalere la sua ideologia materialistica e antireligio­sa, si tradurrebbe di fatto  in <<odio di classe>>, che non ri­stabilirebbe una vera giustizia sociale.

L’esperienza di fede di don Luigi Sturzo, vissuta nel desiderio di fedeltà a Cristo nella Chiesa del suo tempo, fu coniugata con una attività sociale, politica e culturale tesa a mostrare <<apologeticamente>> come il cristianesimo potesse svolgere un ruolo positivo nel dare risposta ai problemi temporali, senza ridursi ad una <<religione politica>>, chiusa alla dimensione divinizzante della grazia e a quella escatologica del Regno di Dio.

                        Per Sturzo il messaggio cristiano comporta la salvezza non solo di tutti gli uomini, nei quali egli vedrà operante l’azione invisibile della grazia, ma anche di tutto l’uomo: anima e corpo.

Il cristianesimo non può ridursi ad una vaga elevazione alle cose dello spirito che serva a dare afflato mistico alla vita morale dell’individuo, nè all’incerta scommessa su una vita ultraterrena che lasci immutata la vita temporale; ma è un messaggio di salvezza che influisce nella vita morale sia pubblica che privata e che riguarda l’uomo sia nella sua vita presente che in quella futura.

            Il riferimento costante alla croce di Cristo e alla dimensione escatologica del cristianesimo, servì a liberare Sturzo dalla volontà di affermazione e di successo ad ogni costo.

               Da questa concezione egli derivò lo spirito di sacrificio nella lotta per la giustizia, l’attesa paziente anche se non pas­siva dell’avvenire, il puntare su tempi lunghi, la capacità di accettare gli insuccessi e le sconfitte politiche senza perdersi d’animo, l’ubbidienza attiva, talvolta sofferta e mai servile.

Don Luigi Sturzo sentì come una sua missione quella di essere paladino della libertà e di  introdurre la carità nella vita pubblica nella convinzione che la carità cristiana deve essere l’anima della riforma della moderna società democratica nelle quale le persone sono chiamate a partecipare responsabilmente alla vita sociale per realizzare il bene comune.

La carità cristiana, per Sturzo non può essere dissociata dalla ricerca della giustizia la quale è determinata dall’amore verso prossimo, che a sua volta è generato dall’amore verso Dio. Da queste premesse Sturzo concepirà la politica come dovere morale e atto d’amore. L’amore considerato come il cemento che dà coesione e armonia alla vita sociale non sopprime per Sturzo la dialettica politica, ma la corregge, la eleva e la perfeziona.

                Per ristabilire la giustizia nella società il popolo ha, secondo Sturzo, diritto alla rivendicazione della giustizia attraverso l’organizzazione politica e la difesa giuridica dei suoi legittimi interessi violati.

                Egli  non dissocia la verità dalla libertà e la carità dalla giustizia.

               Il compito di “informare” cristianamente la vita sociale e politica, per Sturzo , appartiene  soprattutto ai laici cristiani che ,attraverso il proprio impegno vissuto attuano gli insegnamenti sociali della Chiesa, elaborando una sintesi creativa fra fede e storia, che trova il suo fulcro nell’amore naturale vivificato dalla grazia divina.

              

2. Il Partito Popolare Italiano e l’appello ai “Liberi e forti”

            La prima teorizazzione di quello che sarà il futuro Partito Popolare Italiano  si ha con il  discorso di Sturzo “I problemi della vita nazionale dei cattolici”, pronunciato a Caltagirone  nel dicembre 1905. Esso prelude alla formazione di un partito laico, democratico e costituzionale di ispirazione cristiana.

            In questo discorso, Sturzo delinea infatti le caratteristiche di un futuro partito dei cattolici, la cui fisionomia verrà precisata nell’appello A tutti gli uomini liberi e forti e nel programma del Partito Popolare Italiano (PPI) del 1919: l’ autonomia dall’autorità ecclesiastica e la rinuncia a fregiare il partito del titolo di cattolico, per porsi con gli altri partiti sul comune terreno della vita civile.

             Nell’appello A tutti gli uomini liberi e forti del 18 gennaio 1919 il nuovo partito indicava la via della rinascita nazionale in una serie di riforme strutturali e istituzionali dello Stato che  tuttavia, sarebbero state vane e senza contenuto, se non si fosse affermata la libertà “come l’anima della nuova società”.

                        Lo stato popolare si sviluppa  riconoscendo e valorizzando le autonomie delle varie forme sociali presenti nella società. L’ autonomia degli enti intermedi (famiglia, enti locali, associazioni culturali e professionali, sindacati…) si realizza per Sturzo in uno Stato delle autonomie, cioè che non solo le consente, ma si realizza in esse.  Le autonomia locali per Sturzo non sono i cavalli di Troia da introdurre nella cittadella dello Stato moderno per scardinarlo dall’interno, ma il luogo della partecipazione responsabile delle  persone alla vita sociale.

               Sarebbe  un equivoco leggere la difesa sturziana delle autonomie solo in chiave economico-politica in funzione di motivazioni contingenti. Essa scaturisce da una profonda esigenza etico-religiosa da cui deriva una antropologia sociale i cui cardini sono: il primato della persona, della famiglia, delle libere associazioni rispetto allo Stato, il cui compito è di aiutare le persone e le istituzioni della società civile, perchè autonomamente possano svolgere le loro funzioni naturali, secondo le indicazioni della dottrina sociale della Chiesa; il rifiuto dello Stato panteista(“ateo”)e totalitario, in nome della legge di risoluzione, secondo la quale lo Stato si risolve nelle persone e nei gruppi associati(è lo Stato per l’Uomo, non l’uomo per lo Stato).

 

 

 

3.      La promozione della libertà

 

               Il tema della libertà  collegato con  quello della verità e della giustizia  è presente  a partire dai primi scritti di Sturzo, ma si accentua soprattutto durante il suo lungo esilio prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti.

In un famoso discorso pronunciato a Parigi il 30 marzo 1925 nella sala della Corte di Cassazione dal titolo:” Il problema della libertà  e la crisi italiana” disse:” La libertà è come la verità: si conquista, e quando si è conquistata, per conservarla si riconquista; e quando mutano gli eventi e si evolvono gl’istituti, per adattarla si riconquista. E un perenne gioco dinamico, come la vita, nel quale perdono quei popoli che non l’hanno mai apprezzata abbastanza per difenderla, e non ne hanno saputo usare per non perderla. Perché usare della libertà vuoi dire non consentire né la dittatura, né la licenza; nell’un caso e nell’altro la libertà non esiste: non tanto per il fatto materiale del dominio di un uomo o di una plebe; ma assai più per il fatto sostanziale che è mancata la forza morale al popolo per mantenersi in libertà, per non permettere che il dittatore o la plebe ne violino la personalità collettiva. [4]

Nell’opera Politica e Morale  scrisse : La libertà dell’uomo è la condizione necessaria alla sua perfettibilità. La libertà è facoltà interiore dell’uomo prima che sociale; ma è anche sociale e senza di essa è impossibile qualsiasi sviluppo e progresso. L’educazione e la conquista della libertà si fa con l’uso stesso della libertà. Un bambino non apprende a camminare senza camminare; né apprende a parlare senza parlare; nessuno saprà mai nuotare se non scende nell’acqua e vi si esercita.

Quando si afferma non essere un popolo maturo per la libertà, si parte da un dato erroneo, perché si esclude la possibilità dell’uso della libertà con l’educazione e con l’esercizio; sia pure una libertà conquistata gradualmente, una libertà riaffermata con vigile disciplina; ogni libertà, per essere tale, deve poter essere compresa, conquistata e difesa come libertà.[5]

            Ed ancora: “La libertà non è un punto di arrivo che si guadagna una volta per sempre; la libertà è una conquista quotidiana, sempre insidiata e sempre messa in pericolo dalle forze contrarie. Come ciascun di noi, per non cadere schiavo dei vizi ed essere moralmente libero della libertà che Dio ci ha dato, deve combattere tutta la vita.[…] La libertà non è per uno solo o per i pochi: la libertà è per tutti.[…]

La vera libertà è anzitutto libertà morale; essa è la base del diritto, è disciplina e ordine, essa è una condizione necessaria alla pace, sia nell’interno di una nazione, sia nei rapporti internazionali.

La libertà è come l’aria, si sente solo quando manca. Dove c’è aria, noi pensiamo alle nostre occupazioni, allo studio, al lavoro, al piacere; se l’aria manca, tutto ci fa soffrire; impossibile lo studio, il lavoro, lo stesso piacere, nulla; noi desideriamo, anzitutto, soprattutto, l’aria, un po’ d’aria per respirare..”[6]

 

Per  don Luigi “La libertà non è un fine ma un mezzo”. Egli ricorre ad un esempio: “Il denaro è un mezzo per acquistare una casa. Chi non lo ha lo cerca: il denaro (mezzo) la casa (fine) nel momento dialettico dell’azione s’identificano. L’esempio del denaro non ci devii: la libertà è un dono spirituale, un bene per sé stesso, che rende noi abili a cercare il bene superiore e a farci godere del bene come conquista spirituale: merita quindi tutti i sacrifici, anche se è considerata come mezzo.”[7]

“Nell’insegnamento evangelico- scrive Sturzo- [8] la libertà, più che negativa ed esterna, è soprattutto positiva e interiore.”

“La libertà è un metodo che armonizza i diritti di ciascuno con i doveri verso gli altri e verso la società presa come un tutto.”[9]

“La libertà è così alto dono della vita umana, che purtroppo ognuno la vuole per sé e la nega agli altri. Lo sforzo della società, sforzo perenne e progressivo, è quello di equilibrare la libertà di ciascuno in unico e vero regime di libertà.”[10]

“Finché una nazione non è arrivata a concepire la libertà come il più alto dono di Dio, da usare nell’interesse comune e per il bene collettivo e non mai a proprio profitto e per soddisfare il proprio egoismo, come un dono di cui tutti debbono godere senza volerlo monopolizzare a profitto proprio, della propria classe, del proprio partito, del proprio gruppo, della propria categoria, le leggi che regolano i diritti e i doveri delle libere istituzioni saranno inoperanti.”[11]

Sturzo cita uno slogan usato nell’Ottocento«La libertà si attua ogni giorno, si difende ogni giorno, si riconquista ogni giorno». [12]

 Sul rapporto verità-libertà scrive:”Il dinamismo della libertà consiste nella ricerca della verità, nell’amore della verità, nel senso del dovere che impone di seguirla e eli affermarla.”[13]

Per don Luigi infine  “La libertà va accoppiata alla responsabilità; tolta

la responsabilità non c’è più libertà; tolta la libertà non c’è più responsabilità. […]Noi vogliamo il giusto equilibrio fra libertà e responsabilità, fra uomo e regime, fra cittadino e stato, fra nazione e società internazionale.”[14]

Don Luigi Sturzo non solo teorizzò il metodo della libertà ma lo testimoniò nella vita quotidiana. Significativa è  la testimonianza di anticlericale come Gaetano Salvemini: “Don Sturzo crede nell’esistenza di Dio: un Dio- badiamo bene- che non solo esiste chi sa mai dove, ma è sempre presente a quel che don Sturzo fa, e don Sturzo gliene deve rendere conto strettissimo, immediatamente, e non nell’ora della morte…Con quell’uomo buono (naturalmente era anche intelligente)non si scherzava .(…) Non discutemmo mai. Innanzi a quell’Imalia di certezza e di volontà, la discussione non avrebbe avuto senso. Quando arrivavamo alla zona contestabile, accertavamo istintivamente che lì non si passava né di qua né di là, e scantonavamo amichevolmente, ognuno per la sua strada.. Discuteva e lasciava discutere su tutto, con una liberà di spirito, che raramente avevo trovato nei così detti liberi pensatori; ma quando si arrivava alla zona riservata, cadeva la cortina di ferro, don Sturzo non discuteva più. A costo di offenderlo, ripeterò che don Sturzo[…] è un “liberale”. Il clericale domanda la libertà per sé in nome del principio liberale, salvo a sopprimerla negli altri, non appena gli sia possibile, in nome del principio clericale. Don Sturzo non è clericale. Ha fede nel metodo della libertà per tutti e sempre. E’ convinto che, attraverso il metodo della libertà, la sua fede prevarrà sull’errore delle altre opinioni per forza propria, senza imposizioni più o meno oblique. E questo, credo, era quel terreno comune di rispetto alla libertà di tutti e sempre, che rese possibile la nostra amicizia, al di sopra di ogni dissenso ideologico “’[15].     

 

4 Sturzo promotore della libertà educativa e scolastica

 

Sturzo che fu impegnato in prima persona nel promuovere l’associazionismo scolastico di ispirazione cristiana fu sempre uno strenuo difensore della libertà educativa e scolastica .

Nel programma allegato all’Appello il tema della scuola occupò il secondo posto tra i dodici punti complessivi, cioè dopo il tema della famiglia. Esso sanciva la “Libertà d’insegnamento in ogni grado. Riforma e cultura popolare, diffusione dell’istruzione professionale”.

       I cattolici, chiedevano la libertà  per le scuole non statali anche per la scuola statale sottraendola alla burocrazia centralizzatrice, consapevoli che solo la libertà costituiva il termometro di ogni democrazia.

Sturzo rovesciava il concetto di libertà scolastica dei laicisti: il monopolio statale dell’insegnamento non è l’anticamera della democrazia, ma del totalitarismo; è il primo passo verso la graduale assuefazione all’idea dello Stato come detentore dei diritti delle persone. Per rendere più comprensibile l’assunto, Sturzo analizza  le peculiarità dei totalitarismi esistenti in Europa in quel periodo: quello russo dei bolscevichi, quello italiano del fascismo, quello nazista della Germania, “tre grandi Stati totalitari di carattere diverso, ma tutti e tre a tipo nazionale e fondati sulla centralizzazione amministrativa e politica, sul militarismo, sul monopolio dell’insegnamento e sull’economia chiusa”.

Egli voleva spingere la scuola italiana verso una riforma attuata nella maggior parte dei paesi civili basata sulla libertà di insegnamento e sulla parità fra le scuole statali e quelle non statali.

Sturzo  nel 1923 guardò con sospetto i tentativi del governo fascista ed in particolare del filosofo  Gentile  che , dietro la concessione di un certo insegnamento religioso,  cercava di mascherare con la sua “fascistissima riforma scolastica”, come la definì Mussolini,  il totale controllo  dello stato totalitario sulla scuola  e la sostanza anticattolica del suo pensiero.

 

 

            Il fondatore del Partito Popolare Italiano non avrebbe potuto immaginare che gran parte della struttura e dello spirito totalitario della Riforma Gentile avrebbe dovuto sopravvivere al regime fascista condizionando anche il nuovo stato democratico. “ Finche’ gli italiani- scriveva Sturzo con vigore profetico nel 1947 tornato dall’esilio – non vinceranno la battaglia delle libertà scolastiche in tutti i gradi e per tutte le forme, resteranno sempre servi: servi dello stato(sia democratico o fascista o comunista), servi del partito(quale ne sia il colore),servi di tutti, perché non avranno respirato la libertà, – la vera libertà che fa padroni di se’ stessi e rispettosi e tolleranti degli altri, – fin dai banchi di scuola, di una scuola veramente libera .

Egli sogna”La scuola vera, libera, gioisa, piena di entusiasmi giovanili, sviluppata in un ambiente adatto, con insegnanti impegnati alla nobile funzione di educatori, non può germogliare nell’atmosfera pesante creata dal monopolio burocratico statale”.[16]

            Don Luigi Sturzo critica la riduzione della scuola a diplomificio. Consapevole di quanto sia estesa l’aspirazione al “pezzo di carta”  come passaporto per l’ascesa sociale ed economica, Sturzo  avverte che nell’immaginario collettivo  il diploma era ritenuto  il “talismano” capace “di aprire le porte dell’impiego stabile”, ambizione avvertita tanto dai giovani quanto dalle loro famiglie: “I parenti vogliono le scuole, ma principalmente vogliono il diploma, sia che i figli abbiano o no studiano; anzi, meno hanno studiato e più pretendono quei certificati”.

Per mutare questa “perniciosa psicologia” generale, egli propone di capovolgere il problema: ad aprire le porte all’impiego avrebbe dovuto bastare lo studio, non il diploma, in quanto ogni scuola avrebbe rilasciato il proprio diploma non in  nome della repubblica italiana, ma in nome proprio, mettendo sul mercato la propria tradizione, efficienza e autorità. Ogni scuola avrebbe dovuto essere valutata per quello che sapeva offrire in termini di qualità, a partire dalla più sperduta scuola elementare per giungere all’università. Si tratta di una questione per la quale Sturzo è consapevole di essere impopolare, giacché il presupposto della sua tesi si fonda su due parole, libertà e responsabilità, che “lo statalismo vigente tende ad abolire in tutti i rami della vita pubblica”.[17]

Nel 1959 alcuni mesi prima della morte  in un  Appello ai Siciliani scriveva che per un autentico progresso civile ed economico bisognava puntare su “scuole serie, scuole importanti, scuole numerose, scuole che insegnano anche senza dare diplomi, al posto di scuole che danno diplomi e certificati fasulli a ragazzi senza cultura”.[18]

Sul principio di libertà come bene irrinunciabile, Sturzo fonda la rivendicazione di istituire scuole private cattoliche, trovando una sponda nella legge Casati prima e nella Costituzione repubblicana dopo. Non esiste alcuno scritto o dichiarazione con cui egli abbia negato analoga libertà per il riconoscimento di tale diritto per altre associazioni o confessioni religiose.

Sturzo ribadisce il valore assoluto della libertà, preferibile a qualsiasi rischio, libertà che egli stesso  aveva scelto fin dagli anni  giovanili  e che era intenzionato a non tradire fino alla morte.

 

 

5.   Il rapporto morale e politica

            Sturzo afferma l’assolutezza dei valori morali e insiste anche sulla impoliticità della immoralità politica. Per lui l’economia e la politica, senza morale, sono sempre antieconomiche ed impolitiche.

.Il fine della politica consiste nel bene comune che per essere a vantaggio di tutti non può prescindere dal bene morale. Per Sturzo non esiste il dilemma fra l’utile e il bene perché quando l’utile è veramente l’utile di tutti esso coincide con il bene di tutti cioè con il bene comune.

Per don Sturzo la moralità presuppone la maturazione di una coscienza  che deve essere educata , illuminata , formata dalla riflessione razionale in un clima di libertà per discernere con convinzione e con sicurezza il bene dal male.

Nella necessaria  socialità dell’etica umana e nella necessaria eticità della civiltà si inserisce per  don Luigi Sturzo il ruolo della religione in genere e del cristianesimo in particolare.

I principali punti cardini dell’antropologia sociale sturziana sono il primato della persona sulla società, della società sullo Stato e della morale sulla politica, la centralità della famiglia, la difesa della proprietà con la sua funzione sociale come esigenza di libertà, l’importanza del lavoro come diritto e dovere di ogni uomo , la costruzione di una pace giusta attraverso la creazione di una vera comunità internazionale.

                           Nella concezione cristiana vanno coniugati insieme autorità e libertà, giustizia e carità, anzi la carità diviene il cardine della vita morale e quindi anche della vita politica. Una impostazione corretta dell’impegno politico esige non la conflittualità ma l’armonia fra  politica e morale, che garantisce una società ordinata e una democrazia autentica.

                         Don Luigi Sturzo in appendice all’opera “Coscienza  e politica” afferma che la politica è un arte che riescono ad esercitare solo poco artisti , mentre altri si accontentano di esserne artigiani e molti si riducono ad essere mestieranti della politica.

Egli  da politico vero anche se scomodo  non manca di dare anche dei suggerimenti di natura pratica a chi vuole apprenderne l’arte ed evitarne il mestiere. Il perseguimento del bene pubblico non può essere separato dalle virtù individuali.[19]

Tra le virtù dei politici egli cita la franchezza, la sincerità, la fermezza nel sapere dire anche i no,  l’umiltà da cui scaturisce il senso del limite, il non attaccamento al denaro e alla fama, la competenza, la progettualità politica , la capacità di programmazione nel discernere i tempi politici, quelli parlamentari, quelli burocratici e quelli tecnici.

               La moralizzazione della vita pubblica è legata per Sturzo  soprattutto ad una concezione religiosa della vita da cui deriva il senso della responsabilità morale  e della solidarietà sociale.

               L’amore considerato come il cemento che dà coesione e armonia alla vita sociale non sopprime la dialettica politica, ma la corregge ,la eleva e la perfeziona sarà il motivo ispiratore dell’attività e del pensiero di Luigi Sturzo,che cercò di realizzare una “ortoprassi” cristiana della politica, basata su un corretto rapporto fra  etica e vita teologale.

Con la sua riflessione sui rapporti fra amore e giustizia in rapporto all’impegno socio – politico egli mostra una concezione profondamente morale della vita politica e sociale ispirata ai valori cristiani ed anticipa in questo campo le conclusioni del magistero ecclesiastico e alcune riflessioni teologiche attuali.

               La “carità politica”   e la promozione della libertà che don Luigi Sturzo non solo ha teorizzato ma ha praticato in tutta la sue esistenza sacerdotale,  si rivela di grande attualità, in un momento in cui assistiamo ad un disamore nei confronti della partecipazione politica da parte soprattutto delle giovani generazioni , ad un diffuso conformismo  nei confronti delle mode e ad una crisi dello spirito di solidarietà fra individui, classi e nazioni.

                L’importanza del contributo di Sturzo al problema del rapporto fra carità cristiana ed impegno politico non sta tanto nel fatto che egli abbia trovato delle formule magiche adatte ad ogni situazione e ad ogni ambiente e capaci di dipanare come d’incanto tutta una serie di questioni complesse, ma nell’aver indicato con la sua vita e con i suoi scritti una serie di orientamenti , che ri­mandano ad un impegno creativo e responsabile per realizzare una prassi politica animata dalla  difesa della libertà, vissuta come esigenza intrinseca dell’amore cristiano, in spirito di  servizio e di dialogo con gli uomini del nostro tempo.

Giovanni Paolo II che  nel suo discorso all’Università di Palermo durante la sua prima visita in Sicilia, definì don Sturzo  “infaticabile promotore del messaggio sociale cristiano ed appassionato difensore delle libertà civili”  e il Card. Ruini  nell’Editto col quale annunciò l’ inizio alla causa di  canonizzazione  affermò che don Luigi Sturzo è :” uomo di Dio, dotato di grande impegno e di iniziative eccezionali, di carattere forte e dalla volontà tenace,” che  nella piena fedeltà al  suo carisma sacerdotale e nell’obbedienza costante alla Chiesa “seppe infondere nei cattolici italiani il senso del diritto-dovere della partecipazione alla cosa pubblica al servizio della verità e dei più deboli, mediante l’applicazione dei principi della dottrina sociale della Chiesa”.



[1] Sulla figura di don Luigi Sturzo Cfr. F MALGERI, Luigi Sturzo, Edizioni san Paolo, Cinisello Balsamo(MI) 1993, . M.PENNISI, Fede ed impegno politico in Luigi Sturzo, Città Nuova, Roma 1982;L. GIULIANI, Don Luigi Sturzo, San Paolo, Cinisello Balsamo(MI); S. MILLESOLI, Don Sturzo: la carità politica, EP, Milano 2002;

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[2] J. MARITAIN, Hommage à Don Sturzo in F. DELLA ROCCA, Itinerari sturziani, Edizioni di Politica popolare, Napoli 1959, 9

[3] L.STURZO, Politica e Morale(1938), Zanichelli, Bologna 1972,97-98.

[4] L. STURZO, Il Partito Popolare Italiano ,vol III, Zanichelli Editore, Bologna 1957, 195-196.

[5] ID. Politica e Morale(1938), Zanichelli, Bologna 1972, 207.

[6] ID. Politica e Morale(1938), Zanichelli, Bologna 1972,321-322.

[7] Ivi,354.

[8] ID., Chiesa e Stato(1939), vol. I, Zanichelli Bologna 1959,10.

[9] ID., Miscellanea Londinese(1926-1940) vol.I.II,, Zanichelli Bologna, 1970,91.

[10] ID. Politica e morale, cit, 199.

[11] ID., Scritti giuridici,(1946-1959), Zanichelli Bologna, 1972,20.

[12] ID.,Politica di questi anni(1948—1949), Zanichelli Bologna 1955, 165.

[13] Ivi,170.

[14] ID., Politica e morale,cit. 261.

[15] G. SALVEMINI, Memorie di un fuoruscito, Feltrinelli, Milano 1964, 51-52.

[16] L. STURZO, La scuola libera, in “L’Eco di Bergamo”,18 giugno 1947. Ora in L.STURZO, Politica di questi anni(dal settembre del 1946 all’aprile del 1948),Zanichelli, Bologna 1954.,261.

[17] L. STURZO, Scuola e diplomi,  in L.STURZO, Politica di questi anni(1950-1951),Zanichelli, Bologna 1957,45-50.

[18] ID, Appello Ai Siciliani, in “ Il Giornale d’Italia” , 24 maggio 1959.

[19] cfr. ID., Morale e politica , cit. .233-239 .

 

 

 

 

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