Quando il dialogo muore …

Il termine “dialogo” dal verbo greco “διαλέγομαι” è utilizzato per la prima volta da Omero nella descrizione dello scudo di Achille, dove le scene erano rappresentate con una sequenza particolare, quella dell’accostamento: le une accanto alle altre, erano tessere musive modulate con una tecnica composita, stratificata moderna.
Nel concetto di dialettica è dunque implicito quello della enumerazione, della comparazione, del confronto che non produce commistione e coacervo di pensieri, ma precise scelte, essenzialità, condivisione. Non contendere, ma disputare.
L’Occidente ha, per così dire, ereditato la filosofia greca che guarda alla realtà “sub specie aeternitatis” e di Roma ha subito il fascino culturale. Eppure l’Impero Romano per la eterogeneità dei popoli conquistati, la molteplicità delle culture assimilate, delle religioni immesse nel suo “panteon”, ha offerto uno degli esempi più organici e sistematici di filosofia organizzativa e politica che la storia abbia mai avuto. Il diritto romano, l’impianto filosofico greco, il cristianesimo, nell’incontro con i popoli di diversa origine ed estrazione socio-culturale furono i termini essenziali e dinamici che, anziché sciupare, hanno arricchito e consolidato la fisionomia generale di fondo. I giudici di Strasburgo, isolazionisti e noncuranti della nostra tradizione umanistica e cristiana, per salvaguardare la libertà e la democrazia confessionale e spirituale, ci ricusano il Crocifisso, simbolo di fede, di verità e di speranza. Quel simbolo, però, è proiezione di sé, riconoscimento della propria identità, della propria storia. «Nella lingua greca “σύμβολον” ha il significato originario di “segno di riconoscimento”, ovvero di “tessera” (tessera hospitalitatis), nel senso che stava ad indicare la consuetudine di spezzare un oggetto (una tessera, un anello) per denotare il legame di ospitalità tra famiglie e città differenti: i due pezzi conservati avrebbero contrassegnato l’ospitalità data e ricevuta. Il “simbolo” era la tessera posseduta dai magistrati che serviva loro per entrare in tribunale ed esigere le corresponsioni ad essi dovute» (A.M. Nunziante, “Giudizi estetici vs. giudizi logici”, lezioni di Filosofia teoretica, Università di Padova, a.a. 2006/2007, modulo A, p.96).
L’animo dell’uomo, dunque, cadrebbe in pezzi, se non fosse tenuto insieme dal filo dei simboli, segno concreto di fede e di speranza. Quando il dialogo muore e con esso si cancellano i valori più autentici dello spirito, si spegne una fiamma ardente in difesa della vita della storia, delle radici dell’umanesimo cristiano, ma resta l’eco lontana, ma distinta che è di monito per l’educazione e la formazione dei giovani capaci di sentire i palpiti dell’anima, che è il tempio della fede. E l’eco non tradisce mai, è fedele, ti riporta indietro i sentimenti tuoi, non te li toglie. Ti fa capire che la fede comincia là dove il pensiero finisce.

(Franco Trecroci)
Dirigente scolastico
dell’Istituto Magistrale-Liceo Classico “L.Nostro”
di Villa San Giovanni (Reggio Calabria)

***da Educazione e Libertà***

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